venerdì 4 dicembre 2009

VERSO COPENAGHEN



di Daniel Tanuro
Mentre l'urgenza è al massimo, il summit delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen, non si concretizzerà con un trattato internazionale vincolante. Al meglio, i governi troveranno un accordo su una dichiarazione politica. Una di più...
I negoziati potrebbero concludersi in Messico a fine 2010. Sulla base delle posizioni attuali, potrebbero dare vita soltanto ad un testo ecologicamente insufficiente, socievolmente inaccettabile e tecnologicamente pericoloso. Conviene quindi dare l'allarme. La logica produttivista del capitalismo, la sua corsa al profitto planetario e la sua guerra di concorrenza ci stanno precipitando contro il muro. Centinaia di milioni di poveri rischiano di farne le spese e ricchezze naturali insostituibili di essere distrutte. Una mobilitazione senza confini, massiccia ed unitaria è assolutamente necessaria per imporre, nella giustizia sociale, obiettivi e misure all'altezza del pericolo. All'interno di questa mobilitazione, un'ala sinistra, anticapitalistica, deve fare sentire la propria voce.
Nessun responsabile politico dubita ancora che il riscaldamento sia dovuto principalmente alla combustione di carbone, petrolio e gas naturale. Tutti sanno dei pericoli della situazione. Il riassunto, destinato ai decisori, della quarta relazione del Giec [in inglese Iocc] - un documento che vincola gli Stati - offre una tabella degli impatti sulle risorse in acqua dolce, gli ecosistemi, la produzione agricola, le zone costiere e la salute umana. Ne risulta che la soglia di pericolo è molto inferiore alla cifra di +2°C rispetto all'era preindustriale. In realtà, nelle isole del Pacifico, le regioni artiche, le valli andine, le zone costiere del Bangladesh, la soglia è già superata. I rappresentanti dei piccoli stati insulari esigono di fare tutto il necessario per non andare oltre un aumento di 1,5°C. Poiché il mercurio è già aumentato di 0,7°C dal 1780 ed un ulteriore aumento di 0,6°C è inevitabile (considerata la quantità del gas serra accumulato nell'atmosfera), la conclusione è ovvia: non c'è più un minuto da perdere! Le condizioni di esistenza di centinaia di milioni di persone dipendono da un'azione veloce, coordinata, mondiale, per ridurre radicalmente e rapidamente le emissioni, principalmente le emissioni di CO2. Ma questa azione non arriva.

Impostura
Media e responsabili politici continuano a dire che lo scopo dei negoziati è rimanere sotto i 2°C. E' un'impostura. In realtà, già da adesso, le relazioni del Giec non prevedono più questa probabilità. Nel migliore dei casi, la temperatura aumenterebbe "soltanto" da 2 a 2,4°C e il livello dei mari da 40 cm a 1,4 m. Quindi siamo già nella zona pericolosa. Per non impantanarci di più, che cosa bisognerebbe fare?

1°) I paesi sviluppati dovrebbero ridurre le loro emissioni dall'80 al 95% entro il 2050 (rispetto al 1990) con una tappa dal 25 al 40% entro il 2020;
2°) I paesi in via di sviluppo dovrebbero prendere delle misure affinché le loro emissioni, già dal 2020 (il 2050 per l'Africa) siano inferiori dal 15 al 30% alle proiezioni;
3°) Le emissioni mondiali dovrebbero diminuire dal 50 all'85% entro il 2050 (rispetto al 2000) e diventare nulle, e perfino negative, prima della fine del secolo;
4°) Questa diminuzione a livello mondiale dovrebbe iniziare entro e non oltre il 2015.
Queste cifre sono da considerarsi minimali, perché sono fissate a partire da modelli che tra l'altro non tengono abbastanza conto della preoccupante disintegrazione delle calotte polari. Secondo il climatologo capo della Nasa, James Hansen, se si tiene conto di questa disintegrazione, il rialzo degli oceani corrispondente alla concentrazione attuale in gas serra potrebbe essere di "parecchi metri" in qualche decennio. Conclusione: a nome del principio di precauzione gli obiettivi di stabilizzazione del clima dovrebbero essere i seguenti: almeno il 95% di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati entro il 2050 (rispetto al 1990), almeno il 40% entro il 2020, almeno l'85% di riduzione a livello mondiale entro il 2050 (rispetto al 2000).
Se ne fregano
Riuniti a Barcellona il 6 novembre i governi hanno concluso che era impossibile firmare a Copenaghen un trattato internazionale che avrebbe dato il cambio al Protocollo di Kyoto. Lor signori hanno altre cose da fare: salvaguardare gli utili delle banche e dei consorzi dell'automobile, ridurre i deficit aggredendo la previdenza sociale e smantellando i servizi pubblici, andare a caccia di disoccupati e precarizzare l'occupazione. Sul mercato climatico ogni capo di stato si trasforma in piazzista per promuovere i propri capitalisti "puliti": Obama stravede per il "carbone pulito" che vuole vendere a Cinesi ed Indiani; Merkel si agita a favore dell'industria tedesca del fotovoltaico, che contende la leadership mondiale ai Giapponesi; Sarkozy prova a rifilare dappertutto le centrali nucleari dell'Areva; e i Danesi vedono nella riunione di Copenaghen una vetrina per la Vestas, il numero uno dell'eolico. La decisione di non stipulare un trattato dimostra chiaramente quali sono le vere priorità di quella gente. Ma la cosa più importante è prendere coscienza che, se stipulassero un accordo, questo sarebbe ecologicamente insufficiente, socialmente criminoso e tecnologicamente pericoloso.

Ecologicamente insufficiente
Il "pacchetto energia-clima" dell'Unione Europea prevede di ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, cioè meno della cifra più bassa del Giec. Inoltre, più della metà dell'obiettivo potrà essere realizzata ricorrendo all'acquisto di crediti carbonio, questi "diritti d'inquinare" generati dagli investimenti "puliti" nei paesi in via di sviluppo. Il principio: quando un investimento al Sud permette di diminuire le emissioni rispetto alle proiezioni (ipotetiche), si possono mettere sul mercato dei diritti di inquinare proporzionalmente alla quantità di gas non emesso (un diritto = una tonnellata). Questi "crediti carbonio" possono sostituire le riduzioni di emissione nei paesi sviluppati. Le multinazionali sono molto ghiotte di questo sistema che permette loro di spacciare i loro investimenti al Sud per contribuzioni alla protezione del clima, di realizzare profitti vendendo crediti e di evitare gli investimenti tecnologici più costosi che sarebbero necessari per ridurre le loro emissioni al Nord.
Quanto più i governi si accorgono che il riscaldamento è una faccenda seria, tanto più studiano trucchi per produrre crediti meno cari. Così il summit di Bali ha deciso che non solo le piantagioni di alberi ma anche la protezione delle foreste esistenti sarebbe fonte di crediti (gli alberi in crescita assorbono la CO2 dell'aria). Ciò permette di mettere sul mercato crediti il cui prezzo di realizzo si aggira attorno a 2-3 € a tonnellata, rivenduti sul mercato mondiale al di sopra di 10 € a tonnellata. In realtà, più del 50% dei crediti non corrispondono a nessuna diminuzione reale e strutturale delle emissioni. Sia perché provengono da investimenti che sarebbero stati realizzati comunque, sia perché provengono da investimenti forestali, sia perché la certificazione è fraudolente (gli organismi che certificano la riduzione sono scelti e pagati dagli investitori). Secondo ricercatori dell'Università di Stanford, fino al 60% dei crediti sono fasulli. Se le imprese e i governi dell'UE utilizzano fino in fondo la possibilità che gli si offre di sostituire le riduzioni di emissioni con questi acquisti di crediti, un semplice calcolo dimostra che la riduzione effettiva di emissione sarà appena del 15% in otto anni (dal 2012 al 2020). Annualmente è meno di quanto previsto da Kyoto (8% fra il 2008 e il 2012).
Il discorso è identico negli Stati Uniti. Il progetto di legge sul clima adottato dalla Camera in giugno prevede una riduzione dell'80% entro il 2050 (considerate le loro responsabilità, gli USA dovrebbero raggiungere almeno il 95%). L'anno di riferimento è il 2005, mentre gli 80-95% del GIEC sono calcolati rispetto al 1990. Ora, fra queste due date, le emanazioni di CO2 degli USA sono passati da 5,8 a 7 miliardi di tonnellate. Entro il 2020, il progetto di legge prevede un 17% di riduzione rispetto al presente. Non solo quest'obiettivo è al di sotto dei 25 ai 40% rispetto al 1990 proposti dal GIEC, ma è anche inferiore a ciò che gli USA avrebbero dovuto realizzare entro il 2012, se avessero ratificato Kyoto. In quanto ai crediti di emissione, Washington è ancora più sfacciata di Bruxelles: potrebbero provenire non solo da investimenti riservati al Sud, ma anche dalla creazione di "pozzi di carbonio" negli USA stessi (con piantagione di alberi, seppellimento di carbone da legno e varie pratiche agricole che si presume accrescono lo stoccaggio del carbonio nei soli). Se l'industria usasse integralmente la manna dei crediti, potrebbe esimersi dal ridurre le proprie emissioni fino al 2026...
Se questi progetti europei e statunitensi servissero di base ad un trattato, il rialzamento della temperatura oscillerebbe fra 3,2 e 4,9°C, e il livello degli oceani salirebbe da 60 cm a 2,9 m... senza considerare il rialzamento provocato dalla disintegrazione delle calotte polari. Secondo la tabella degli impatti (cf sopra), ne risulterebbe "pesanti conseguenze per la sanità", la "perdita di circa il 30% delle zone umide del pianeta", "ulteriori milioni di persone a rischio di inondazioni costiere ogni anno", una "diminuzione del reddito di tutte le cerealicolture a bassa latitudine", una "tendenza della biosfera a diventare una fonte netta di carbonio" (effetto valanga del cambiamento climatico), "fino al 30% delle specie esposte ad un aumentato rischio d'estinzione" e "l'esposizione di centinaia di milioni di persone ad uno stress idrico aumentato". Ecco, in termini molto generici, le catastrofi che si intravvedono e delle quali sono già vittime i poveri della Terra. I dirigenti lo sanno, ma, come dicevamo, hanno ben altro da fare. Comunque la loro rielezione non dipende dai dannati della terra del Tuvalu, del Bangladesh, del Perù né del Mali.

Socialmente criminoso
Non servono lunghi sviluppi per caratterizzare socialmente questa politica climatica capitalistica: centinaia di milioni di poveri sono vittime dei cambiamenti climatici mentre la loro responsabilità è quasi nulla. Si può immaginare peggiore ingiustizia? Un adattamento a un certo riscaldamento è possibile, ma esige mezzi di cui i paesi meno sviluppati non dispongono. Nel nome del principio (liberista) "chi inquina paghi", i paesi sviluppati dovrebbero pagare ma rifiutano, semplicemente. Secondo la Pnue, l'adattamento necessario richiederebbe il trasferimento annuo di 86 miliardi di dollari da Nord verso Sud. I diversi fondi disponibili ne contengono appena 26 milioni. L'ultima riunione del G20 non ha raggiunto un'intesa per aumentare questi importi. Questa criminosa avarizia rischia di costare la vita a numerosissime persone, soprattutto donne, bambini ed anziani privi di mezzi. Alcuni parleranno di "catastrofi naturali", ma si tratta di mancata assistenza a persone in pericolo. Non che i dirigenti capitalisti siano incoscienti, Semplicemente per loro, un buon adattamento inizia a casa propria: ad esempio, i fondi che il Land tedesco del Baden Wurtenberg investe nelle infrastrutture contro le inondazioni superano il totale dei budget disponibili per l'adattamento nei paesi in via di sviluppo. Bisogna proteggere le fabbriche, il capitale fisso, le infrastrutture tramite le quali circolano le merci!
Il passaggio del ciclone Katrina a New-Orleans insegna che anche i poveri del Nord sono minacciati. Canicole, inondazioni ed altri incidenti climatici provocheranno un numero sempre più alto di vittime nei ceti sociali con basso reddito: lavoratori, precari, disoccupati, in particolare le donne. Su più larga scala, le classi dominanti hanno per scopo di fare pagare la loro politica climatica -ma merita tale nome?- alla classe operaia, con la scappatoia del prezzo del carbonio. Per i liberisti, infatti, qualsiasi problema può essere risolto dai meccanismi di mercato, giocando sui prezzi. C'è disoccupazione perché il costo del lavoro è troppo alto, tutti lo sanno, e troppo carbonio nell'aria perché il costo della CO2 è troppo basso. Sappiamo quanto diventa efficace questo paradigma nel campo sociale: la crisi sociale peggiora senza tregua. Ebbene, sarà lo stesso per il clima: la crisi peggiorerà. Mettiamoci per un attimo nella logica della regolazione con i prezzi, e chiediamoci: quanto dovrebbe costare una tonnellata di Co2 per ridurre le emissioni del 50%? Risposta dell'Agenzia Internazionale dell'Energia: dai 500 ai 700 dollari. Al limite i padroni possono adattarsi ad una tassa carbonio moderata se ricevono la doppia garanzia che tutti i concorrenti la pagheranno e che ricadrà integralmente sui consumatori finali, cioè sostanzialmente i lavoratori. Vedono favorevolmente le proposte che mirano ad utilizzare il prodotto della tassa per diminuire i loro contributi alla previdenza sociale. Ma con un costo di 500-700 dollari a tonnellata, tutti questi copioni diventano assurdi poiché importi di questo livello significherebbero una recessione sociale così brutale che nessuno più potrebbe comprare la robaccia capitalistica.

Tecnologicamente pericoloso
Nei termini assegnati, le riduzioni di emissioni da compiere non possono essere raggiunte senza diminuire seriamente il consumo di energia, quindi anche, in una certa misura, la produzione materiale. Considerate le condizioni tecniche, tale riduzione è la condizione necessaria affinché i rinnovabili possano sostituire i fossili. Ora, il capitalismo è incapace di soddisfare tale condizione. Ogni proprietario di capitali cerca infatti di sostituire i lavoratori con le macchine per aumentare la produttività del lavoro ed incassare un sovrapprofitto rispetto ai propri concorrenti. Tutti fanno lo stesso, in tal modo il sistema è permanentemente agitato da vere convulsioni produttivistiche che mettono in circolazione sempre più merci e creano bisogni artificiali. Riscaldamento o meno, il capitale ha quindi bisogno di più energia, di sempre più energia. Per cercare di conciliare questa esigenza con le costrizioni fisiche del clima, le tre soluzioni tecnologiche che godono i favori dei capitalisti sono gli agrocarburanti, il nucleare e il "carbone pulito".
La pazzia degli agrocarburanti è già stata denunciata con una tale abbondanza che possiamo permetterci di non insistere. Ci accontenteremo di sottolineare che un pericolo maggiore viene dalle ricerche sulla produzione di agrocarburanti con organismi geneticamente modificati. Il nucleare fa un notevole ritorno in forza presentandosi - fallacemente - come una filiera energetica senza carbonio. Oltre agli argomenti ben noti - i rifiuti, la proliferazione militare, lo stato di polizia, ecc.- bisogna precisare che i progetti in circolazione sono completamente irrealistici. Per ridurre le emissioni del 50%, l'Iea scommette su una triplicazione del parco, cioè la costruzione di 32 centrali all'anno, durante 40 anni. E' puro delirio: la costruzione di una centrale impiega 10 anni, e le riserve note di uranio permettono appena di fare funzionare il parco attuale per una cinquantina d'anni. L'ultimogenito dei Frankenstein produttivistici è il "carbone pulito", in altre parole lo sfruttamento massiccio delle enormi riserve di carbone (300 anni al ritmo attuale di consumo) con stoccaggio della CO2 nelle falde geologiche profonde. Rischia di serbare alcune sorprese sgradevoli, poiché nessuno può garantire l'impermeabilità a lungo termine dei serbatoi, specialmente in caso di incidenti sismici.

Scelta di civiltà
Produrre meno? Il capitalismo ne è capace solo temporaneamente, con la crisi che semina disoccupazione e miseria. In queste congiunture, fa sì che le emissioni di gas serra diminuiscono. Questo anno si abbasseranno del 3%. Ma, oltre ai danni sociali che provoca, la soppressione di attività opera alla cieca, sull'unica base del rendimento, senza riguardi per l'utilità sociale della produzione. E' ovvio che soltanto dei pazzi potrebbero augurarsi più crisi nella speranza che ci sia meno produzione, quindi meno emissioni! Tanto più che tre miliardi di esseri umani mancano di tutto, e soprattutto dell'indispensabile. Per soddisfare i loro bisogni fondamentali - case, scuole, cure, alimenti, trasporti pubblici, acqua potabile di qualità - bisogna produrre di più. Ma questa produzione non interessa il capitalismo, perché la richiesta non è solvibile. Ora, il capitalismo non produce valori per i bisogni, bensì merci per il profitto. Quindi ci sono due sfide incompatibili: da una parte per stabilizzare il clima al livello meno pericoloso possibile, bisogna produrre meno. Dall'altra, per soddisfare i bisogni sociali fondamentali, bisogna produrre di più. L'economia di mercato non è in grado di accettare separatamente ognuna delle due sfide, accettarle assieme sarebbe per essa come la quadratura del cerchio.
Come uscirne? A meno di accettare le tecnologie degli apprendisti stregoni, non c'è via di uscita possibile senza incursioni nella proprietà privata capitalista. Per stabilizzare il clima e soddisfare i bisogni fondamentali, bisogna sopprimere le produzioni inutili o nocive (armi, pubblicità, ecc), riqualificare i lavoratori, ridurre gli orari di lavoro senza perdite di stipendio (con diminuzione dei ritmi di lavoro e assunzioni compensatorie), allargare drasticamente il settore pubblico nei settori degli alloggi e dei trasporti. L'aumento di efficienza energetica e il passaggio ai rinnovabili devono essere pianificati e realizzati indipendentemente dai costi, e la maggior parte della produzione agricola deve essere rilocalizzata tramite un sostegno all'agricoltura contadina. L'energia e il credito devono dipendere dallo statuto pubblico, e un fondo mondiale di adattamento deve essere creato a partire da salassi sugli utili dei monopoli. In quanto alla ricerca deve essere rifinanziata e liberata dalla tutela dell'industria. Tutte queste misure devono essere prese sotto il controllo del mondo del lavoro, la cui partecipazione attiva è una condizione di riuscita.
E' più facile da dire che da fare, diranno alcuni. Certamente, implica una lotta controcorrente contro un nemico potentissimo. Ma non c'è altra soluzione possibile. La prima cosa da fare, è dirlo. Bisogna che i responsabili dei movimenti sociali, specialmente sindacali, capiscano che la lotta per il clima è molto di più di un capriccio da ambientalisti: è una scelta di civiltà che passa da una lotta allo stesso tempo ecologica e sociale - una lotta ecosocialista - contro il capitalismo. Questo sistema, come diceva Marx, esaurisce nello stesso tempo le uniche due fonti di qualsiasi ricchezza: la Terra e il lavoratore. Bisogna liquidarlo, oppure la storia rischia di finire molto male.

Traduzione di Gigi Viglino

Per questo io non ci sarò!!


Ebbene no! Io non ci sarò il 5 per il No B Day!! E chi se ne frega!!!
direste voi. Si lo so!!. è una scelta personale, una scelta politica, di
prospettive e di programma. Per carità, ognuno è libero di manifestare
in piazza, di far vedere le proprie ragioni non solo nel virtuale , ma
anche nella realtà. Lo capisco ed apprezzo. Ma non condivido lo spirito,
le parole d'ordine.
Ma con quale prospettiva, con quale sbocco?? si scende in piazza.
Nessuno. Il solo essere
anti Berlusconi! Certo è molto, oggi nel nostro paese, ma ormai è solo
sterile, continuare a protestare contro Perlustrazioni e non vedere che il
problema ormai è diventato politico ( come si diceva una volta), è
diventato di prospettiva, del dopo. Berlusconi morirà con le sue stesse
mani, o con le mani dei suoi alleati e i più fedeli, i più affiliati
saranno proprio quelli che lo defenestreranno. Come per il 25 Aprile di
tanto tempo fa. Allora si deve solo aspettare??? Assolutamente no!.
Bisogna continuare a mobilitarsi, a muoversi, ad agitarsi, a
manifestare, ma con una proposta, una prospettiva, muovendosi per il
dopo Berlusconi per il contro berlusconismo.
Ma siamo sempre sul personalismo, sulla
figura carismatica. Il martire, l'eroe, il salvifico! Il male, il
malefico, l'omicida della democrazia. E le manifestazioni, le
proteste, ripeto vanno bene!!. Ma oggi occorre un passo in più, occorre
una marcia in più. Se qualche anno fa andava bene solo questo, andava
bene il Di Pietro, il Travaglio, Il Grillo, il Moretti che tuonavano da
capopopolo sui palchi di qualche piazze e prima ancora i girotondini, il
popolo dei fax, quello della pantera nera, e poi L'Onda. Oggi tutto
questo è troppo poco. Non basta più. Oggi non si tratta più di
sensibilizzare. Chi voleva capire l'ha capito, chi voleva intendere ha
inteso. Chi non lo ha fatto non lo farà più. Non saranno questi tipi di
manifestazioni che faranno cadere Berlusconi, né tanto meno, porranno
fine al berlusconismo Oggi accanto a tutto questo manca la prospettiva.
Cosa faremo dopo?? Cosa si muove dietro Berlusconi??
Un altro berlusconismo è già pronto. Impacchettato dal Vaticano e dagli
imprenditori che fanno riferimento al mercato internazionale, che non
possono più parlare del nostro paese all'estero senza che gli venga
fatta la
battuta sul Berlusconi ( a questo proposito sono sintomatiche le
vignette pubblicate da Le Monde " come viene visto il mondo da....") I
Montezemolo, i Draghi sono sulla linea di partenza. I Casini e i Fini, i
Rutelli stanno lavorando di fino a cucire e ricamare. E' questa la
nostra prospettiva??? Sono questi gli uomini che ci aspettiamo , che
auspichiamo per porre fine al berlusconismo??? Se si , , come ho il
sospetto che sia, allora
continuiamo a fare manifestazioni di questo tipo e basta. Aspettiamo in
un altro 25 Aprile e il governo monarchico di Badoglio è già bell'e che
pronto.
Di sicuro dopo la morte di Berlusconi ( morte politica,
s'intende) si avrà il berlusconismo dal volto di decenza umana, ma
sempre berlusconismo sarà. Io per uscire fuori dalla dicotomia
Berlusconismo anche da punto di vista semantico lo definirei "democrazia
autoritaria". Ed è con questo tema che ci si deve confrontare. Di sicuro
il mondo sarà diverso e non solo per la morte di Berlusconi,. Ma il
mondo sarà diverso perché il capitalismo ci porterà verso un mondo
diverso e non più uguale a ieri. Ma per tornare al che fare, la ricetta
è semplice ma al contempo difficilissima. Semplice perché basta che si
ritorni al lavoro, mettere al centro non il lavoro fino ad ora inteso,
ma la sua fine. Ri-coniugare il marxismo, a partire dalla fine del
lavoro salariato . Dopo la fine del lavoro fordizzato quello del
welfare, la fine del liberismo globalizzato , la fine del lavoro
precarizato l'unica possibilità di salvezza sarà nella fine del lavoro.
Allora dobbiamo gridare forte e chiaro che queste manifestazioni non ci
bastano più, che
vogliamo altro, molto altro, molto di più. E' la Politica che deve farsi
avanti.
Il No B Day cosa propone??? Nulla, assenza di politica, assenza assoluta.
Per questo io non ci sarò!!

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giovedì 3 dicembre 2009

Un ponte per...,n° 20 - dal 20 novembre al 3 dicembre 2009


Scarpe per...
Dal 16 al 22 dicembre Ebay ospiterà Scarpe per., un'asta di beneficienza ideata per sostenere i progetti rivolti ai profughi di Un ponte per... Aiutaci: partecipa all'asta!
http://www.unponteper.it/informati/article.php?sid=1797

SOLIDARIETA' E COOPERAZIONE


Al via il progetto Yalla Shebab

Il 24 novembre è iniziata la prima parte del progetto "Yalla Shebab: I ragazzi libanesi e palestinesi si raccontano attraverso il cinema" con una formazione dedicata alle scuole superiori.
http://www.unponteper.it/informati/article.php?sid=1798
OSSERVATORIO IRAQ
Siria, i diritti delle donne sotto attacco
Pierpaolo Ciancio per Osservatorio Iraq

I diritti delle donne siriane sono minacciate dalle recenti campagne messe in atto dagli ambienti religiosi conservatori e sostenute da alcuni settori del governo di Damasco.
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=8561

VITA ASSOCIATIVA


Racconti dalla Giordania

Pubblichiamo le testimonianze di alcuni dei partecipanti al viaggio di conoscenza in Giordania, organizzato da Un ponte per... tra settembre e ottobre 2009.
http://www.unponteper.it/informati/article.php?sid=1796

APPUNTAMENTI


5 dicembre, Roma, presso la sede di Carta, incontro pubblico, Uniti per rompere l'assedio di Gaza, una serata dedicata alla Marcia Internazionale del 31 dicembre
http://www.unponteper.it/eventi/details.php?id=486

Gaza Freedom March
27 dicembre - 3 gennaio
Nei giorni del primo anniversario dell'assalto e massacro israeliano a Gaza, centinaia di attivisti internazionali tenteranno di rompere l'assedio per partecipare ad una grande manifestazione nonviolenta, marciando al fianco della popolazione di Gaza il 31 dicembre 2009. Unisciti a noi!
http://www.unponteper.it/eventi/details.php?id=475

domenica 29 novembre 2009

Il capitalismo invecchia? Un sistema ormai fuori controllo

       Autore: Boeri, Tito          
 Il ruolo fuorviante delle previsioni economiche stilate da fisici e matematici che non capiscono quasi nulla del funzionamento dell'economia; l'assenza di regole internazionali condivise sulla circolazione dei capitali; la difficoltà di riuscire a «ripulire» il capitale finanziario dai titoli «tossici». Ma anche l'assenza di garanzie sociali per i giovani che entrano, e rimangono si dovrebbe aggiungere, come precari: sono queste le radici e alcune conseguenze dell'attuale crisi economica. L'analisi di Tito Boeri rinvia alla «politica» nodi che spesso il nostro governo nazionale sceglie di non sciogliere. Un'intervista, questa che segue, che si affianca a quelle già pubblicate sul «capitalismo che invecchia», invitando a quelle riforme senza le quali non è possibile garantire, secondo Boeri, il rilancio dello sviluppo economico.        
 Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?       
 Ogni crisi finanziaria è diversa dalle precedenti e questa non fa eccezione. Quindi i paragoni possono essere fuorvianti. Negli anni Trenta lo shock derivò dalla caduta di un terzo dell'indice generale dei prezzi con il conseguente crollo dell'attività economica. La soluzione era perciò chiara: si doveva stabilizzare il livello dei prezzi, come fece Franklin D. Roosevelt aumentando l'offerta di moneta, per stabilizzare l'economia e di conseguenza rimettere in piedi il sistema bancario. Questa volta, assorbire lo shock è più difficile perché è interno al sistema finanziario. Il cuore del problema sono gli eccessi di esposizione, opacità e rischi assunti nel settore finanziario stesso. C'è stato, sì, un crollo del mercato immobiliare, ma a differenza di quanto avvenne negli anni Trenta, non c'è stata una caduta generale dei prezzi e dell'attività economica.        I fallimenti di impresa sono rimasti relativamente pochi e ciò è stato un più che necessario elemento di conforto per il sistema finanziario. Ma tutto ciò rende ancora più difficile la soluzione del problema. Se non c'è stato crollo dei prezzi e dell'attività economica, non possiamo uscire dalla crisi attraverso crescita e inflazione, come nel 1933. Dobbiamo uscirne riformando il sistema finanziario. Ma riformare il sistema finanziario è molto complesso. Le lobby che vi si oppongono sono potentissime e il potere contrattuale dei banchieri nei confronti dei governi è addirittura aumentato nella crisi.        Inoltre, lo sviluppo delle cartolarizzazioni complica il processo di riordino della situazione. Negli anni Trenta, la «Federal Home Owners Corporation» acquistò singoli mutui ipotecari per ripulire i bilanci delle banche e dare un aiuto ai proprietari di casa. Questa volta, l'agenzia federale responsabile della ripulitura del sistema finanziario dovrà acquisire titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni di debito collateralizzato, e tutte le varie forme in cui questi titoli sono stati tagliuzzati e rimpacchettati. Rimettere in ordine i bilanci delle banche e aiutare i proprietari di casa sarà infinitamente più complicato. E sarà molto più difficile raggiungere la trasparenza necessaria a ridare fiducia al sistema.
 Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?        
Nel caso degli economisti poco o niente. Ogni economista sa bene che un modello è solo un modo di organizzare le informazioni disponibili e di controllare che il proprio ragionamento sia coerente. Chi scambia i modelli per la realtà è solo un cattivo economista. L'unica possibile deformazione indotta dalla formalizzazione è nello spingere molti ricercatori a non allontanarsi troppo da schemi analitici consolidati. Estendere un modello è molto più facile che costruire un modello ex novo. Questo può avere indotto conformismo. Ma molti modelli sono molto flessibili e permettono di considerare molte ipotesi alternative, comportamenti non razionali, problemi di informazione.        
Un problema più serio ci può essere stato nel mondo della finanza, dove da anni si è consolidato il ruolo dei quant (da quantitative analyst), persone che hanno ottenuto un PhD in una materia scientifica, di solito matematica o fisica, e che prestano i loro servizi all'industria. I quant in genere, si occupano di gestione degli investimenti, creazione o quotazione di derivati e prodotti strutturati, gestione del rischio. Hanno contribuito alla crisi attuale prendendo cantonate epocali nella misura dei rischi effettivi di mercato.         
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?        
Questa crisi non è legata alla globalizzazione. Né dei beni, né tantomeno dei capitali. È frutto della mancata regolamentazione di intere parti dei mercati finanziari, soprattutto negli Stati Uniti. E questa mancata regolamentazione è frutto della politica che si è prestata alle pressioni delle lobby per chiudere un occhio sul sistema bancario ombra che si era sviluppato negli Stati Uniti. Dunque non è tanto questione di avere più o meno politica, ma regole migliori che riducano la stessa discrezionalità del politico, spesso vulnerabile alle pressioni delle lobby.         
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?        
Sì il vero G20 è oggi il G2 di Stati Uniti e Cina. L'Europa potrebbe contare, approfittando anche della debolezza del dollaro, se avesse una voce sola. Ma siamo molto molto lontani da questo. Un terreno su cui l'Europa potrebbe giocare un ruolo importante è nell'aiutare la Cina a costruirsi uno stato sociale. Prima lo farà, meglio sarà per tutti. La popolazione cinese delle campagne è rimasta sin qui ai margini della crescita. Gli immigrati interni, quelli che si spostano dalle campagne alle città, non possono neanche mettere i propri figli a scuola. Chi perde il lavoro perde tutto. Per questo i cinesi risparmiano così tanto. Quando la Cina affronterà questo immenso problema distributivo, ne beneficeremo tutti. Perché il superamento degli squilibri globali richiede una Cina che consumi di più e che esporti di meno. La Cina guarda all'Europa quando si tratta di progettare sistemi di protezione sociale. Ma sin qui lo ha fatto solo a parole. Fin quando non ci sarà democra zia in Cina sarà difficile andare molto al di là di queste dichiarazioni di principio.
         L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?       
 Non è vero. In Italia l'aumento della spesa pubblica è legato soprattutto alla dinamica di pensioni e salari nel pubblico impiego. I «Tremonti bond» sono rimasti nel cassetto e comunque non aumentano il debito pubblico. Del resto basta guardare alla struttura della spesa per rendersi conto di perché la spesa pubblica continui a crescere del 2 per cento all'anno, in termini reali, indipendentemente dall'andamento dell'economia. Quasi un quarto dei fondi pubblici va alle «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene solo per coprire amministrazioni inefficienti e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell'unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità. Un altro quinto della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, c he assorbe anch'essa ormai quasi il 20 per cento delle risorse. Queste tre poste assorbono due terzi delle risorse disponibili.         
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?        
Temo molto alto. Come Antoine nei racconti di Paul Nizan, credo che si troveranno un giorno a dire: «Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire che è l'età più bella della vita». Spero di sbagliarmi ovviamente. Non è solo un problema di debito, ma anche di mercato del lavoro. Nella crisi e nel dopo-crisi, infatti, rischiamo di perdere intere generazioni di lavoratori qualificati che, assunti solo con contratti temporanei, non ricevono adeguata formazione in azienda e diventano così manodopera di riserva, di cui disfarsi al primo calo degli ordini. È esattamente quanto avvenuto nello scorso decennio in Giappone e in Svezia che hanno conosciuto prima di noi una lunga e profonda crisi scaturita dai mercati finanziari.        
Le imprese, quando prevale l'incertezza, smettono di assumere con contratti a tempo indeterminato. Solo una ripresa forte e sostenuta potrebbe convincere i datori di lavoro ad offrire contratti a tempo indeterminato. Ma sin qui questa ripresa non si vede. Per questo non è più rinviabile una riforma del percorso di ingresso nel mercato del lavoro che porti le imprese ad assumere senza una scadenza fissata a priori. Ci vuole un percorso graduale che costruisca tutele crescenti, garantendo al datore di lavoro maggiore flessibilità all'inizio del rapporto di lavoro e poi, via via, sempre meno. Chi si oppone a riforme di questo tipo, come alla riforma degli ammortizzatori sociali e all'accelerazione nell'entrata in vigore della riforma delle pensioni varata nel 1996 (!) si prende una grandissima responsabilità nei confronti dei giovani. Sta pregiudicando gravemente il loro futuro.  

Ora Basta!!!!



Vi erano almeno tre generazioni di donne o forse quattro. Dalle
piccoline in carrozzine a quelle che ballavano e saltavano insieme
alla banda di percussioniste , alle giovani donne, alle loro madri e
persino qualche nonna. Ma non solo donne erano presenti, oggi. Anche
quel mondo al maschile che si sente , o tenta di essere, fuori da
quell'universo fatto di violenza e repressione mentale e qualche volta,
spesso, fisica che li vede protagonisti. Un'altra caratteristica che
ho colto, è che oggi vi era meno allegria, meno violenza, negli
slogan, nelle espressioni, come se ci fosse più consapevolezza. Una
speaker gridava che oggi loro non si sentono più vittime , ma vogliono
essere protagoniste anche contro le violenze che troppo spesso
subiscono, dalle tv agli stereotipi mass mediatici e non solo da questi.
Alla partenza del corteo , lo striscione iniziale ha deciso di fare due
volte il giro della piazza intorno alla fontana, per protesta dicevano.
Un funzionario dell'ordine pubblico , in doppio petto e radio portatile,
evidentemente aveva qualche appuntamento, li ha sollecitato ha iniziare
il percorso. E' iniziata una salva di fischi e lo slogan , gridato per
un bel pezzo, che dovevano essere loro a decidere come e quando partire.
Il funzionario ha deciso che era meglio squagliarsela alla chetichella.
L'appuntamento era saltato!! Compostezza e consapevolezza del corteo,
dicevo, ma ancora un dato devo registrare. Ancora i quattro gattini ,
pardon, gattine. Un migliaio , forse, ma non diamo numeri!!!. Troppo
poche/i, rispetto al tema. Troppa poca consapevolezza ancora, da parte
dei maschietti e delle donne. Ancora troppo succubi della cultura
dominante, che li vuole o chiuse in casa, o in mutande e reggiseno a
mostrar " le chiappe chiare"!! e per chi non ci stà , botte, violenza o
al meno peggio ingiurie. Oggi si è gridato e rivendicato dalla pillola
RU, alla solidarietà per i deboli dalle trans, ai gay, agli immigrati.
Un Basta che si è spento a Piazza San Giovanni, ma che aspetta di
riaccendersi da domani tutti i giorni!!!

Zag(c)

venerdì 27 novembre 2009

IL CLIMA CHE VERRÀ DA COPENHAGEN




di Jean Tirole 13.11.2009

La conferenza di Copenhagen di dicembre sarà fondamentale per il futuro
della lotta ai*cambiamenti climatici*. Detto con una battuta, il
risultato sarà "troppo poco, troppo costoso".
Il Protocollo di Kyoto è stato un passo importante sotto il profilo
simbolico, ma non è riuscito a promuovere uno sforzo maggiore nella
riduzione dei gas a effetto serra (Ghg). E senza un cambiamento di
mentalità, il protocollo di Copenhagen ci regalerà ancora undici anni di
questo gioco al rinvio: i paesi continueranno nei loro comportamenti
free-riding e si rafforzerà la convinzione che rimanendo ancorati al
carbonio si sarà poi in una posizione di forza per chiedere
compensazioni in cambio dell'adesione a un accordo nel 2020.

COSTOSI E INSUFFICIENTI

Certamente, qualche *passo avanti* si farà. I mercati dei crediti di
carbonio esistono o saranno creati in Europa, negli Stati Uniti e in
Giappone e anche i paesi emergenti hanno intrapreso alcune azioni. La
combinazione di danni collaterali (l'emissione di SO_2 , un inquinante
locale, unito a quella di CO_2 degli impianti a carbone), di effetti
diretti del proprio inquinamento da CO_2 in grandi paesi come la Cina,
di desiderio di placare l'opinione pubblica interna e di sottrarsi alle
pressioni della comunità internazionale porterà a qualche forma di
controllo del carbonio. Ma non sarà sufficiente, come rivela la stessa
riluttanza dei paesi a sottoscrivere accordi vincolanti.
Nello stesso tempo, l'accordo che uscirà da Copenhagen sarà anche
*troppo costoso* perché il riscaldamento globale continuerà a essere
affrontato utilizzando le stesse soluzioni di ripiego, del tutto
inefficaci - come negoziati settoriali, standard e altri approcci
strategici, progetti Cdm - alle quali ci hanno abituato sia le lobby
industriali sia Kyoto.
Non è facile raggiungere un accordo internazionale soddisfacente. Ma
resta comunque stupefacente quanti pochi progressi siano stati fatti
dopo Kyoto. I negoziati non hanno affrontato direttamente il problema
delle*compensazioni*. La proposta del G77 che chiede ai paesi sviluppati
di trasferire fino all'1 per cento del loro Pil (e di impegnarsi
unilateralmente a più rigidi obiettivi di abbattimento) ha il merito di
aver messo la questione sul tavolo del negoziato, ma non tutela gli
interessi dei paesi emergenti. I paesi ricchi non hanno rispettato le
loro promesse sugli aiuti allo sviluppo e sull'Aids. E ogni ipotesi di
aumento degli aiuti si deve misurare con la scarsa tolleranza
dell'opinione pubblica verso i trasferimenti finanziari a paesi
stranieri e con le attuali ristrettezze finanziarie.
Quasi all'unanimità gli economisti raccomandano che il prezzo del
carbonio sia lo stesso per tutti i paesi, tutti i settori e tutti gli
attori: è necessario affrontare i problemi distributivi attraverso
l'allocazione dei permessi, non rendendo eccessivamente costoso
l'abbattimento. Semplice? Forse, ma perché rendere semplici le cose,
quando si può renderle complicate?

OBIETTIVI DI COPENHAGEN

In che direzione dovrebbero muoversi dunque i negoziati di Copenhagen?
Dovrebbero puntare a un'intesa su alcune azioni iniziali, su alcuni
principi di massima e su una tabella di marcia verso un accordo nel
2015-2016:
- un obiettivo globale sulle emissioni per il 2050 in conformità con
quanto indicato in sede Ippc
- l'installazione rapida di un *sistema satellitare* capace di misurare
le emissioni a livello di singolo paese
- un sistema di tipo /cap-and-trade/, mondiale e di lungo periodo, che
porti a un *prezzo unico* del carbonio e sia perciò coerente con la
minimizzazione dei costi di abbattimento. Il sistema dovrebbe rendere
sostenibile l'accordo e denunciare chi ha remore all'utilizzo di
dispositivi "verdi" o a impegnarsi in attività di ricerca e sviluppo "verdi"
- regole di partecipazione che diano *incentivi* a sottoscrivere e
rispettare l'accordo (compresa l'eventuale fine dei Cdm): per esempio,
considerare i debiti ambientali che ne derivano come un debito sovrano
(monitorato dal Fmi), sottoscrivere un patto globale commercio-ambiente
(che coinvolga il Wto), prevedere un parziale ritiro dei permessi
accordati ai paesi, denunciando quelli riottosi a rispettare le regole e
così via
- un principio di *sussidiarietà*, con i permessi allocati all'interno
dei singoli paesi dai paesi stessi, sulla base fatto che a) per
partecipare all'accordo, i governi devono riuscire a creare consenso nel
proprio paese e che b) alla comunità internazionale interessano solo le
emissioni Ghg totali del paese e dunque le politiche interne possono
essere delegate ai singoli paesi che saranno responsabili delle loro
emissioni.

I negoziati per il 2015 potrebbero concentrarsi allora su un'unica
questione: l'allocazione dei permessi gratuiti ai paesi per far sì che
tutti vi partecipino. Ciò dovrebbe implicare, per esempio, una dotazione
generosa ai paesi emergenti. Per quanto sia complesso, il negoziato
sarebbe comunque più semplice di quello su più fronti nel quale siamo
impegnati oggi, e anche il costo globale dell'abbattimento si
abbasserebbe significativamente. Nell'attuale situazione, riaffermare e
impegnarci per una buona governance rappresenterebbe un significativo
passo avanti.

mercoledì 25 novembre 2009

Il capitalismo invecchia? Un mondo di lacrime e sangue


Il capitalismo invecchia? Un mondo di lacrime e sangue
Data di pubblicazione: 25.11.2009

Autore: Becattini, Giacomo

La terza puntata dell'inchiesta di Cosma Orsi sulla crisi del
capitalismo. Le risposte degli economisti capaci di pensare e guardare
al di là. Il manifesto, 25 novembre 2009

È difficile capire come il pianeta possa riuscire a trovare una via
d'uscita dalla attuale recessione. L'accentuarsi dei conflitti per il
controllo delle risorse prepara però un futuro poco roseo, rendendo
risibile l'immagine del mercato come paese delle meraviglie La crisi è
sistemica, perché investe le sue componenti finanziarie, sociali e
culturali . E va compreso il fatto che la borsa e le banche
costituiscono ormai l'ossatura dell'economia reale.

Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la
dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è
questo il punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli
«effetti collaterali» dell'attuale situazione economica. Studioso dei
distretti industriali come modello di sviluppo economico parallelo a
quello basato sulla grande impresa, Becattini sostiene che la crisi
mette a nudo i limiti e le difficoltà della sinistra nella comprensione
dei processi economici. Allo stesso tempo, in questo terzo appuntamento
su come alcuni economisti italiani riflettono sulla situazione attuale,
invita a non fare facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi, perché
dipendenti da «logiche sistemiche» proprie del processo economico che
dalle politiche nazionali e internazionali.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta
possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una
crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto
con la crisi del '29?
La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto l'organismo
sociale, non solo nelle sue componenti economico-finanziar ie, ma anche
in quelle sociali e culturali. Essa è finanziaria e reale al tempo
stesso, perché la finanza (la borsa, le banche, ecc..) nel capitalismo
avanzato, costituisce l'ossatura - strutturalmente infetta -
dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura stessa del mercato,
che chiudendo i conti sempre ex post deraglia sistematicamente dal
sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi ricondotto, prima o
poi, dalla crisi.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità
della crisi, la predilezione degli economisti «mainstream» per la
formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
Senza negare ogni utilità alla modellistica politicamente uncommitted
dilagante nel mondo degli studi economici, credo, in sostanza, che
questo orientamento contenga una rinuncia al compito principale
dell'economista, che, per me, è di analizzare il funzionamento dei
sistemi economici nel loro complesso, fra cui «l'economia di mercato»,
come strumenti non semplicemente di massimizzazione del benessere
economico, ma anche e soprattutto di attivazione e valorizzazione delle
potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni strato sociale. Il
«grande spreco» del capitalismo attuale, non compensabile da alcun
aumento del Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare
la potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro
che bassi salari o disoccupazione nel mondo «civilizzato», questo è il
vero e fondamentale fallimento del mercato.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e
frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mini le basi della democrazia
economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della
politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del
mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Bella domanda! A cui, però, non so rispondere altro che: siamo nei guai
e non ne usciremo facilmente. Né vedo in giro risposte convincenti. Come
economisti il contributo che possiamo e dovremmo dare è una critica
intelligente e onesta, ma sempre più approfondita, del capitalismo
oligopolistico- finanziario, che ci sta portando, sospetto,
all'apocalisse. Il punto mi pare essere che non c'è più una politica
distinta dall'economia. Ricordo la storiella di E.D. Domar in cui il
ministro del commercio statunitense presenta su di un vassoio tutti i
progetti dell'amministrazion e, invitando ogni rappresentante
dell'industria a togliere quello che gli da più fastidio. Bene, al
termine del giro, il vassoio è vuoto. Un esempio aggiornato della
storiella ce lo offrono, più o meno, le vicende del piano sanitario di
Obama.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che
sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di
stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa
rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto
al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di Stato cinese? O c'è
il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa
(con il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
L'assetto mondiale di un domani anche relativamente prossimo - diciamo
10 anni - è una grande incognita. Focolai immensi, positivi e negativi,
come il risveglio economico di Cina ed India e i «subbugli»,
sudamericano e africano, ancora largamente non analizzati, sono
all'opera e nessuno può dire cosa accadrà dell'Europa, se resisterà allo
sconquasso. Certo è che, da un lato le linee divisorie tracciate dalla
storia europea, sono nette e profonde e, conseguentemente, le spinte
antiunitarie sono numerose e vigorose; dall'altro la filosofia
dell'Europa Unita è squallidamente economicistica. Dietro a questa
Europa, non riesco vedere, almeno finora, una idea-forza di vero
superamento degli egoismi nazionali e di costruzione di un nuovo
protagonista della scena mondiale futura. Vedo solo atteggiamenti
difensivi, non privi di utilità, certo, ma che non disegnano alcun
futuro propriamente europeo. Insomma: Io, speriamo che me la cavo.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale
(istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione) , bensì il
salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene
però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un
intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta
strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di
disoccupazione?
Proprio qui sta l'astuzia della manovra. Il '29 ha insegnato che il
principale amplificatore della crisi, una volta avviata, sta nel panico
dei depositanti e degli operatori in borsa. Quindi le prime misure sono
state garantire i depositanti e immettere liquidità. Naturalmente,
questa prassi, una volta metabolizzata dal sistema, riduce la paura del
fallimento e delle sue conseguenze patrimoniali, negli consigli di
amministrazione delle banche e delle multinazionali, e negli operatori
di borsa, generando, di conseguenza, un «capitalismo bastardo» in cui è
sufficiente portare, con qualsiasi mezzo, la propria azienda a
dimensione socialmente rilevante (Fiar e Alitalia docent), per essere
garantiti contro il fallimento. In sintesi, si è violata quella che D.H.
Robertson chiamava la «regola aurea del capitalismo»: chi decide paga
errori e imbrogli (se vengono svelati o se non riescono bene) - forse
con la prigione (e qui gli americani c'insegnano qualcosa), ma,
sicuramente, col suo patrimonio. E invece. È precisamente questo
l'andazzo che denunciava sommessamente Ernesto Cuccia - che il
capitalismo lo conosceva bene - in un suo famoso appunto del 1978: «non
si può fare a meno di chiedersi se, nel caso in cui non fosse stato
facilitato l'abbondante flusso di finanziamenti agevolati a taluni
imprenditori - privati e pubblici - nell'illusione che non la bontà
degli investimenti e la oculatezza della gestione avrebbero assicurato
il successo dell'iniziativa, bensì la protezione politica quale mezzo
per raggiungere il gigantismo delle imprese e con il gigantismo, non si
sa come o perché, la loro fortuna (ora lo si è capito!) c'è da
chiedersi, dicevamo, se in tal caso non avremmo avuto aziende molto più
modeste, ma più sane, con una crescita fondata almeno in parte
sull'autofinanziame nto e non soltanto sui debiti, capacità produttive
più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati e, soprattutto,
minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella vita economica
del paese».
Un capitalismo, insomma, quello che ci attende, da «Alice nel paese
delle meraviglie». Il problema vero, dalla cui soluzione si giudica sub
speciae aeternitatis il sistema, non è la piena occupazione purchessia,
ma «quale occupazione». Il sistema economico ottimale è, per me, quello
che apre al massimo numero di giovani in età lavorativa, un certo numero
di alternative d'impiego. Una situazione che si è presentata - in modo
rudimentale, beninteso! - in quei microcosmi di capitalismo
concorrenziale che sono i nostri distretti industriali. Ma la sinistra
italiana, imprigionata in schemi del passato - duole dirlo - non se n'è
accorta - pagando puntualmente il fio in termini elettorali. Che tristezza.
Questo implica immense responsabilità del sistema. Per garantire questa
pluralità di possibilità a tutti i giovani occorrono riforme che
incidono nella carne viva della società. La tendenziale uguaglianza dei
punti di partenza, all'età in cui uno entra nella vita sociale (16-18
anni), con tutto ciò che implica, è, per me, l'idea forza di una nuova
sinistra. E se questo diventasse l'impegno fondamentale di chi governa
il paese, ne discenderebbe una graduatoria degli interventi di natura
economica, sociale e formativa assai diversa da quelle in circolazione.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a
fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i
governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare
l'economia mondiale?
Precisiamo: se ci si riferisce al mondo attualmente sviluppato, un
prezzo certamente alto, che dimostra ancora «di che lacrime grondi e di
che sangue» lo sviluppo capitalistico, ma probabilmente non più alto di
quello di percorsi più classici di fuoriuscita dalla crisi. Se ci si
riferisce, invece, al mondo nel suo insieme, si possono fare molte
ipotesi, ma, per quanto ne so io, non si dispone di modelli logici che
consentano una risposta non campata in aria.
Quello che si può dire con certezza è che la crisi attuale non porterà
certamente al crollo del capitalismo, anche perché non disponiamo di
alternative radicali di sicuro funzionamento, e un sistema sociale non
può scomparire finché non è pronto il successore. Il cosiddetto
«socialismo alla cinese» e le altre pretese vie al socialismo sono,
infatti, per ora, una grande incognita.
Ma l'accentuazione dei contrasti per il controllo delle risorse naturali
e l'incarognimento dell'umanità, i quali procedono implacabili, non
promettono niente di buono. Mi dispiace a chiudere in negativo, ma
questa è, purtroppo, la convinzione che pervade il mio stato d'animo.

giovedì 19 novembre 2009

Un ponte per.. n° 20 - al 6 al 19 novembre 2009


Gaza Freedom March: Unisciti a noi!

Nei giorni del primo anniversario dell'assalto e massacro israeliano a
Gaza, Un ponte per... insieme a centinaia di attivisti da tutto il mondo
parteciperà a una grande manifestazione nonviolenta al fianco della
popolazione di Gaza.

È ora di far sapere a tutto il mondo che Gaza non è sola. Prenotate
subito! L'iscrizione deve essere fatta entro il 25 novembre. >>


SOLIDARIETA' E COOPERAZIONE


Conclusi i lavori del Forum sulla Nonviolenza

Si è concluso ad Erbil il Primo Forum Iracheno sulla Nonviolenza. Ne ha
parlato ai microfoni di Amsnet e Radio Città del Capo Martina Pignatti
Morano, che ne ha seguito i lavori in rappresentanza di Un ponte per...
*http://tinyurl.com/ykv82we*

Liberi da cosa?

Pubblichiamo un contributo di Alessandro Di Meo, volontario di Un ponte
per... e responsabile Area Serbia, sulle elezioni in Kosovo.

*http://tinyurl.com/yzljhjd*

OSSERVATORIO IRAQ

Un altro Muro da abbattere. Reportage dal villaggio di Nil'in
Lorenzo Kamel per Osservatorio Iraq

In Cisgiordania, in concomitanza con l'anniversario della caduta del
muro di Berlino, è stata abbattuta una piccola porzione di quella che
gli israeliani chiamano "barriera di sicurezza" e che per i palestinesi
è il "muro dell'apartheid".
*http://tinyurl.com/ygazcmt*

VITA ASSOCIATIVA


Visti dal Ponte: Geopolitica dell'acqua

Martedi 24 novembre si svolgerà il terzo incontro del ciclo di
appuntamenti Visti dal Ponte, questa volta dedicato all'acqua come
risorsa strategica anche per il controllo geopolitico di importanti aree
del pianeta.
*http://tinyurl.com/ygdsqg8*


IN MOVIMENTO

No alla vendita dei beni confiscati!

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione
che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei
beni confiscati alle mafie. Si coronava, così, il sogno di chi, a
cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno
per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente. Oggi quell
'impegno rischia di essere tradito!

Firma l'appello di Libera: Niente regali alle mafie, i beni confiscati
sono cosa nostra!
*http://tinyurl.com/yepgbct*


APPUNTAMENTI

24 novembre, Roma, Biblioteca Rispoli, incontro pubblico, Visti dal
Ponte: Geopolitica dell'acqua, il caso della Turchia. Terzo appuntamento
con gli incontri di formazione di Un ponte per...
*http://tinyurl.com/ych8222*

24 novembre, Roma, Ambasciata dell'Iran, Sit in di protesta davanti
all'Ambasciata dell'Iran contro la pena di morte e a sostegno del popolo
curdo
http://www.unponteper.it/documenti/appuntamenti/sit_in_iran_2009.pdf

27 novembre, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, incontro
pubblico, Azione umanitaria sotto assedio: Il caso Iraq, con la
partecipazione di Ismaeel Dawood di Un ponte per...
*http://tinyurl.com/yah4wqz*

5 dicembre, Roma, presso la sede di Carta, incontro pubblico, Uniti per
rompere l'assedio di Gaza, una serata dedicata alla Marcia
Internazionale del 31 dicembre
*http://tinyurl.com/yd3fmmw*


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L'egotico impenitente
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mercoledì 18 novembre 2009

Notiziario di Un Ponte per...dal 28 ottobre all’11 novembre 2009


**

*Un governo per il Libano*

A cinque mesi dalle elezioni, il premier designato e leader del blocco filoccidentale, Saad Hariri, è finalmente riuscito a formare un esecutivo di unità nazionale. Il compromesso raggiunto tra maggioranza e opposizione, tuttavia, non assicura di per sé la stabilità al Paese e non lo mette al riparo dal rischio di nuovi conflitti

Il Libano ha un nuovo governo

http://tinyurl.com/ydg4haf

http://tinyurl.com/ycg2wmn


Osservatorio Iraq

Libano, il sì di Hezbollah al governo di unità nazionale

http://tinyurl.com/ydpzfx4

http://tinyurl.com/ycg2wmn

Francesco Battistini - Corriere della Sera



Libano, alla prova l'autorità di Hariri

http://tinyurl.com/ydpzfx4
Cecil Hennion - Le Monde


*Iraq, a gennaio si vota*

Al termine di lunghe e faticose trattative, il Parlamento iracheno ha approvato la legge elettorale che apre la strada alle elezioni politiche, che si terranno probabilmente il 18 gennaio. Superato anche l'ultimo ostacolo, ossia la questione degli elenchi elettorali nella città di Kirkuk, contesa fra kurdi, arabi, e turcomanni, ma con un compromesso che lascia irrisolto il conflitto.

Iraq, Si vota il 18 gennaio invece del 21

http://tinyurl.com/yl2bnoq
Osservatorio Iraq


Iraq, Il Parlamento approva la legge elettorale

http://tinyurl.com/ygnm8qc
Osservatorio Iraq


Il compromesso iracheno permette le elezioni, ma le tensioni kurde rimangono

http://tinyurl.com/ykdu4ua
Andrew Lee Butters – TIME


L'Iraq si prepara alle elezioni tentando di controllare i media

http://tinyurl.com/yhm5ocr
Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq


*Palestina senza pace*

Nonostante le minacce di dimissioni da parte del presidente dell'ANP Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il processo negoziale tra palestinesi e israeliani resta in stallo. Agli appelli internazionali per un "congelamento" delle colonie ebraiche nei Territori occupati lo Stato ebraico sta rispondendo intensificando le espulsioni delle famiglie palestinesi da Gerusalemme Est, la parte della città santa occupata nel '67

Palestina: Stallo nel processo di pace, Abu Mazen minaccia le dimissioni

http://tinyurl.com/yjb72lf
Osservatorio Iraq


Gerusalemme Est, Israele va alla guerra delle case per imporre la
maggioranza ebraica

http://tinyurl.com/ylnfbgl
Osservatorio Iraq


Gerusalemme Est, un'altra famiglia palestinese espulsa dai coloni ebrei

http://tinyurl.com/yk9ml4v
Carlo M. Miele - Osservatorio Iraq

Gerusalemme: La polizia carica, via la tenda simbolo della protesta dei
palestinesi espulsi

http://tinyurl.com/yzr94gy
Michele Giorgio - Il Manifesto

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L'egotico impenitente

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